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CONFLITTO DI CIVILTA’. A BANGUI L’ARCIVESCOVO CATTOLICO CONVIVE CON L’IMAM ISLAMICO

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banguidieudonnealnBANGUI (Repubblica Centrafricana) 10 GEN. All’indomani delle tragiche e convulse “72 ore di odio, sangue e morte” di Parigi ci piace riportare una esemplare notizia di fratellanza cristiano-islamica dal profondo dell’Africa nera, in Repubblica Centrafricana, travolta da più di due anni dal conflitto armato interreligioso tra milizie cristiane e islamiche. (m.d.m.).

Monsignor Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo della Diocesi di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, per mesi ha ospitato in casa sua l’imam Oumar Bobine Layama, Presidente della comunità islamica del Centrafrica, (in foto entrambi) insieme al quale è impegnato a testimoniare il dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani. Iniziativa “benedetta” (politicamente)  anche un anno or sono dalla visita dello stesso Presidente francese Francois Hollande. (in foto)banguidieudonnehollandeln

“Nel dicembre del 2012, dopo lo scoppio dell’offensiva dei Seleka (gruppo ribelle di combattenti musulmani) – racconta Monsignor Dieudonné Nzapalainga – io e l’imam Layama ci siamo mobilitati per denunciare la strumentalizzazione della religione attuata dai ribelli per giustificare un conflitto di carattere esclusivamente politico ed economico. Ma purtroppo le ostilità tra la comunità cristiana e quella musulmana, che fino a quel momento avevano sperimentato una convivenza pacifica e rispettosa, non sembravano affievolirsi.

L’anno successivo, a causa della rappresaglia degli Abanguidieudonneelnnti-Balaka (milizie cristiane che davano la caccia al gruppo musulmano dei Seleka, n.d.r.), mi sono reso conto che la vita dell’imam era in pericolo: allora ho deciso di andare a cercarlo e di aprirgli le porte di casa mia per offrigli protezione.

banguidieudonneflnL’ho fatto perché siamo entrambi centrafricani e abbiamo lo stesso patrimonio nazionale; l’ho fatto perché è un fratello creato a immagine di Dio; l’ho fatto perché siamo entrambi figli di Abramo e apparteniamo alle “Religioni del Libro””.

I due leader religiosi hanno sperimentato così la convivenza e la convivialità nella Cattedrale di Notre Dame,banguidieudonnebln a Bangui, abitando sotto lo stesso tetto, condividendo i pasti, ricevendo insieme i loro ospiti.

Racconta ancora l’Arcivescovo: “Grazie alla presenza dell’imam in casa mia, abbiamo mostrato agli occhi di tutto il mondo che questo conflitto non è religioso: è tramite la nostra convivenza che testimoniamo la nostra unità, invitando alla nonviolenza e al perdono”.

Monsignor Dieudonné non nasconde di aver vissuto momenti di difficoltà, primo fra tutti quello in cui doveva superare la paura di percorrere un cammino di 5 chilometri per andare alla ricerca dell’imam in una zona cristiana a rischio. Ma soprattutto la difficoltà di vincere l’incomprensione di gran parte della comunità cristiana che non capiva il senso del suo gesto di accoglienza.banguidieudonnegln

Raccontando poi della loro convivenza quotidiana, l’Arcivescovo dice di aver imparato molte cose: “[…]a rispettare l’altro nei suoi momenti di preghiera e nelle sue esigenze alimentari, a rinunciare al mio spazio per far posto alla famiglia dell’imam”.

All’interno dell’Arcivescovado, Monsignor Dieudonné ha aperto anche un apposito spazio per consentire all’imam Layama di pregare assieme alle famiglie musulmane rimaste a Bangui, dal momento che molti edifici di culto sono stati distrutti dalla guerriglia dei miliziani ribelli. l’Arcivescovo ha spiegato cosa significasse “far posto” relativamente alla sua esperienza.banguidieudonneln

Ecco come: “Far posto è un cammino pasquale, in cui la nostra “morte” è il presupposto per rendere possibile l’accoglienza dell’altro. Significa uscire da noi stessi ed aprirsi agli altri. Navigare controcorrente per superare le difficoltà e indicare il giusto cammino con umiltà. Ascoltare l’altro e fare delle concessioni, negoziare e ricercare l’interesse comune. “Fare posto” è avere uno sguardo di speranza e ricercare ciò che ci unisce”.

Marcello Di Meglio

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